
Questa è la dolcissima signora che ci ha ospitato a Srebrenica. Di lei so molto, ma non il nome (già faccio fatica a ricordare quelli italiani, figuriamoci gli altri). Se ci fosse un esame per diventare la perfetta nonna italiana, lei lo passerebbe a pieni voti.Nei balcani è sempre difficile sedersi a un tavolo e non ingerire carne. Perfino nelle colazioni ipercaloriche che preparava: patè al pollo (tracce dell’animale vagamente rinvenute all’interno), wurstel di pollo, salsicciotto di pollo. Niente bacon, ovviamente, perché contrario al divieto islamico sul maiale. Il tutto seguito da un buon caffè bosniaco, l’unico buon caffè non espresso mai assaggiato in vita mia.
Ci parlava solo nella sua lingua. Io ero preposto alla comunicazione con lei, una comunicazione spesso a gesti, ma di sicuro affiatata.
E’ rimasta sola, ci aveva detto già il primo giorno. La guerra, anzi il genocidio, si è portato via marito e figlio. Sua nipote studia inglese all’università di Tuzla, la città dove molti profughi di Srebrenica si sono rifugiati e tuttora vivono.
Nella sua atroce solitudine, però, deve aver trovato conforto, almeno all’apparenza. Nonostante la dura osservanza del ramadan all’età di 71 anni, nonostante tutto ciò che le è capitato, ha sempre saputo trovare la forza di sorridere.
E di salutarci con le lacrime agli occhi; dopo una settimana di allegre chiacchierate, l’abbiamo lasciata di nuovo nella propria solitudine. La solitudine della guerra.
Ci vediamo il prossimo anno. Insciallà.